La storia della celebre Maison Cartier, il re dei gioiellieri

Emblema di una bellezza seducente e scintillante, vanta una tradizione di oltre 160 anni, che in sé riassume l’intera storia del gioiello. Le sue creazioni, pietre miliari dell’eleganza, hanno costantemente segnato mode e costumi. Simbolo di un lusso senza tempo e di un’inimitabile raffinatezza, l’Atelier coniuga audacia e classicità, all’insegna di uno stile unico e inconfondibile, divenuto garanzia di esclusività. Oggi su Innovazione Aziendale parliamo della celebre Maison Cartier.

Con oltre un secolo e mezzo di storia alle spalle, la celebre Maison Cartier è oggi la gioielleria di lusso per eccellenza, presente in cinque continenti con più di duemila boutique e dotata di una delle reti distributive più selettive del mondo. Tre sono le sedi storiche del Marchio: a Parigi in rue de la Paix 13 (dal 1899); a Londra in New Bond Street 175 (dal 1909); e a New York al 653 di Fifth Avenue (dal 1917).

Maison Cartier Parigi

La storia della celebre Maison

Nel 1847 Louis-François Cartier rileva dal suo maestro, Adolphe Picard, l’atelier di gioielleria di rue Montorgueil 29 a Parigi, per trasferirsi, una decina d’anni dopo, in boulevard des Italiens. Il negozio attrae un’elite internazionale composta anche da principi e imperatori. In seguito Alfred Cartier, figlio del fondatore, assume la direzione della boutique e nel 1899 trasferisce l’Azienda di famiglia nell’attuale sede, al numero 13 di rue de la Paix, affidando poi ai suoi tre figli – Louis, Pierre e Jacques – la direzione della Maison. Nel 1902 Jacques apre la filiale di Londra in New Burlington Street (poi trasferita all’attuale 175-176 di New Bond Street); sette anni dopo Pierre inaugura la succursale di New York (al 712 di Fifth Avenue); mentre il terzo fratello, Louis, rimane nella sede parigina, che sotto il suo influsso raggiunge il culmine del successo e una notorietà mondiale.

Innovatore e classicista al tempo stesso, Louis Cartier è dotato di un geniale talento artistico che lo rende il gioielliere più prestigioso del mondo e il fornitore ufficiale delle corti reali; tanto che all’alba del XX secolo, il principe del Galles, futuro re Edoardo VII d’Inghilterra, proclama Cartier “gioielliere dei re, re dei gioiellieri”. Louis inizia a circondarsi di ottimi disegnatori come Charles Jacqueau, di artigiani di talento (oggi la Maison è l’unica in tutto il mondo a vantarne quasi una ventina) come Maurice Couët per le pendole e Edmond Jaeger per gli orologi, e di collaboratori devoti come Jeanne Toussaint, compagna e musa ispiratrice dell’orefice, nonché una delle donne più eleganti dell’epoca, soprannominata “la pantera” per il suo temperamento e per la sua predilezione per questo felino: di sua invenzione è infatti il tema “animalier”.

Il celebre orafo si dedica poi agli accessori di lusso e all’orologeria: nel 1904 per aiutare l’amico aviatore Alberto Santos-Dumont, che in volo aveva difficoltà a leggere l’ora dal suo orologio da tasca, il gioielliere – da vero precursore – realizza il primo prototipo di orologio da polso, inaugurando una nuova pagina nella storia dell’orologeria.

Nel 1972 Cartier Parigi viene acquistata da un gruppo di investitori e nel ‘79 gli interessi mondiali della Casa vengono riunificati in “Cartier Monde“, holding che controlla le sedi di Parigi, Londra e New York, mentre nel 1993 il Marchio entra a far parte del Gruppo Vendôme, filiale di Richemont, leader mondiale nel settore del lusso.

La boutique Cartier di Parigi: classe ed eleganza

Dal 1899 la sede di Cartier Parigi si trova al numero 13 di rue de la Paix, che, alla fine del XIX secolo, rappresentava la via più esclusiva della capitale francese e il cuore dell’eleganza, della moda, del commercio e del lusso. Scelsero infatti questa strada, e la vicina place Vendôme, mercanti d’arte, profumieri, commercianti e celebri orafi che in breve tempo trasformarono il quartiere nel centro internazionale della gioielleria. Intuendo le potenzialità di questo indirizzo, il giovane Louis convinse il padre a trasferirvi l’azienda di famiglia, così, nel 1897 Alfred Cartier rilevò l’hotel Westminster al numero civico 13 per poi acquistare, nel 1912, anche il contiguo numero 11.

La nuova sede riuniva, per la prima volta, boutique, atelier di gioielleria e archivi, acquistando un aspetto moderno e ardito per l’epoca: la lunghissima e splendida vetrina in stile neoclassico di ispirazione settecentesca – caratterizzata da un sontuoso marmo nero e maestosi pilastri con capitelli dorati – divenne il nuovo volto di Cartier. La scelta del colore scuro – in contrasto con le tradizionali facciate chiare dell’epoca – rappresentava un gesto forte, che avrebbe lasciato un’impronta decisiva sulla mentalità della Maison.

L’allestimento interno era in armonia con quello esterno: le boiserie di quercia dai motivi floreali (che tutt’oggi caratterizzano immutate gli arredi della boutique parigina) riprendevano lo stile a ghirlanda dei gioielli. La Grande Galleria, con soffitti a cassettone, dipinti allegorici e decorazioni murali, era il locale più importante della boutique: qui venivano accolti i clienti. L’arredamento del piano terreno era in stile Luigi XVI, mentre al primo piano imperversava lo stile Luigi XV, come nella sala di Jeanne Toussaint, caratterizzata da soffitti bassi, tipici del periodo della Reggenza, quando gli appartamenti più piccoli erano apprezzati per sfuggire al rigido formalismo della vita di corte. Al di là della Sala delle Perle si trovava l’ufficio di Louis Cartier che ha ricevuto i committenti più esclusivi: teste coronate e personalità di tutto il mondo, come la granduchessa Vladimir, l’Aga Khan e la regina di Spagna.

La storia della celebre Maison Cartier, il re dei gioiellieri

Maison Cartier – Un restauro nel rispetto delle tradizioni

A partire dal 1912 i lavori di restauro hanno interessato tutti gli attuali sei piani dell’edificio, rispettando però l’originario stile neoclassico della Maison. Lo spazio dedicato ai clienti, al piano terreno e al primo piano, è stato ampliato di oltre la metà; al secondo, terzo e quarto piano si trovano oggi gli atelier di gioielleria, e al quinto e sesto gli archivi. La struttura della boutique, in origine unicamente orizzontale, è ora anche verticale e occupa tutta l’altezza dell’edificio. Durante la ristrutturazione si è pensato si sostituire il marmo nero della facciata, ormai sciupato, ma, vista la sua pregiata qualità, si è preferito restaurarlo e oggi lo storico marmo di portoro (che ha oltre 160 anni) ha ritrovato la lucentezza di un tempo.

L’interno ripropone l’antica suddivisione in salotti e gallerie: i materiali e i colori della Grande Sala e dei quattro raffinati salottini simmetrici sono in armonia con le boiserie. Soffitti a cassettoni, tappezzeria in seta chiara, motivi di fiori e foglie in legno scolpito e parquet Versailles creano un’atmosfera sofisticata, mentre il peristilio di dodici colonne bianche in stile dorico conferisce una nota classica ottocentesca.

Nel 1926 e nel 1937 le vetrine del piano terreno vengono modificate secondo lo stile Art Déco di ispirazione cubista e il nuovo ingresso dà accesso a un vestibolo che presenta un allestimento diverso da quello originario: questo spazio, che in passato corrispondeva a una delle hall dell’hotel Westminster, sfocia oggi nel grande scalone centrale, caratterizzato da balaustra e griglie brune, ornate con decorazioni dorate sul motivo delle inferiate esterne.

Le più famose creazioni della Griffe

Alcune creazioni Cartier sono entrate nella leggenda. Tra esse spicca lo stupendo e famigerato diamante blu “Hope“. Secondo la leggenda questa gemma, che proveniva dalle miniere di Kollur, a Golconda, ornava l’occhio di una statua sacra indiana; in seguito il furto della pietra scatenò l’ira della divinità che maledisse chiunque l’avesse posseduta. E infatti quasi tutti i proprietari della gemma sono morti violentemente. Nel 1909 Louis Cartier acquista il brillante ad un’asta parigina, lo monta come ciondolo di una splendida catena di diamanti, e poco dopo lo rivende a New York a Edward McLean, proprietario del Washington Post, che lo dona alla moglie Evelyn, il cui nome resterà per sempre associato a quello del diamante: la donna infatti sfidò la sfortuna e – malgrado le disgrazie capitate ai precedenti proprietari e nonostante i numerosi lutti che colpirono la sua famiglia – tenne con sé fino alla morte il diamante, oggi esposto al museo di Storia naturale di Washington.

Al 1912 risale invece la più celebre e affascinante invenzione di Cartier: le “pendole misteriose”, capolavori di orologeria le cui lancette sembrano magicamente galleggiare nello spazio (in realtà sono fissate a un disco laterale). Tra le innumerevoli variazioni estetiche di queste creazioni, i modelli più noti sono quelli a “portiques”, raffiguranti un tempio con colonne in cristallo e piccoli buddha incisi.

Celeberrimi sono anche il diamante “Cartier”, ribattezzato “Burton-Taylor“: una magnifica gemma di quasi 70 carati acquistata all’asta da Cartier New York nel 1969 e poi rivenduta a Richard Burton che la donò a Elisabeth Taylor; la spilla “Bestiary” creata nel 1940 per Wallis Simpson: un gioiello a forma di pantera, omaggio al felino, da sempre fonte di ispirazione e figura emblematica della Maison; e infine l’anello e il bracciale “Tre ori” (1924), composti da cerchi nei tre colori dell’oro, noti come “Trinity“.

orologeria Cartier

Lo stile Cartier

La fama della gioielleria è legata anche al suo codice deontologico e al particolare rapporto con i clienti. Le creazioni Cartier sono pezzi unici realizzati “su misura“: l’esclusività è sempre garantita, una delle regole ferree della Maison è infatti: “nessuna copia”. Sono possibili varianti, ma per rispetto del compratore, l’atelier non riproduce mai due esemplari identici di uno stesso modello. L’etica di Cartier comprende anche la privacy: fatta eccezione per qualche facoltoso committente del passato, infatti, i nomi dei clienti famosi non vengono svelati.

Che si tratti di gioielli esclusivi, di sofisticati orologi, di profumi oppure di articoli di pelletteria, tutte le creazioni dell’Atelier hanno uno stile inconfondibile, che, negli anni, ha subìto innumerevoli influssi. Con l’abbinamento diamanti-platino, Louis Cartier porta a un livello ineguagliato la perfezione dello stile neoclassico “a ghirlanda”, rivisitazione dello stile Luigi XVI. Nel corso del Ventesimo secolo, rue de la Paix assiste a importanti innovazioni orafe: i disegnatori della Maison realizzano forme astratte e geometriche che si ispirano all’architettura, promuovendo, con largo anticipo sui concorrenti, lo stile “Art Déco”. In seguito è il bianco su smalto nero a prendere il sopravvento sulle montature di platino (“Art Déco bianco”). Presto però il colore ritorna in auge, conferendo vitalità ai gioielli Cartier: affascinato dall’Espressionismo tedesco, dal Cubismo e dai Balletti Russi, l’Atelier inizia ad accostare colori forti a materiali nuovi come l’onice e il corallo.

L’India dei maharaja ispira poi lo stile indiano realizzato con pietre colorate a forma di foglie, fiori o bacche. In seguito i viaggi in Estremo Oriente (Persia, Egitto e Cina) intrapresi da Jaques Cartier (1911-12) favoriscono una tendenza orientale in cui gli elementi esotici dell’arte antica non europea si coniugano con le moderne montature. Le perle – che nel 1920 valevano più dei diamanti e rappresentavano la metà del fatturato dell’Azienda – sono state un elemento cardine di Cartier, così come il prediletto stile “Tutti Frutti”, basato sul contrasto di colori e pietre con decorazioni floreali.

di Roberta Vanore